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E’
una di quelle esperienze che in qualche maniera è destinata a
segnare la vita di un acquariofilo.
Puoi avere riprodotto guppy, ciclidi africani e sud americani, puoi
avere assistito alle parate nuziali dei piccoli caracidi, puoi anche
avere avuto la fortuna di cimentarti con la riproduzione dei
corydoras…ma fino a quando non ti imbatti nella nascita di un
nugolo di piccoli discus non puoi dire di avere assaporato la vera
essenza del tuo essere acquariofilo.
E
già, ancora discus. Ancora loro…
Dopo i traumi iniziali del loro ambientamento, la conoscenza delle
regole base del loro allevamento, dopo avere assistito alle lotte
per la gerarchia in vasca, alle parate di corteggiamento, alla
scelta del partner, alle innumerevoli covate andate a vuoto, dopo
tutto questo si giunge alla prima riproduzione. |
Scoprite
allora un’altra parte dell’acquariofilia, quella che avete sempre e
soltanto “sentito dire”, quella che avete letto sulle riviste di settore,
quella che non avete mai vissuto in prima persona, non avete mai osato
farlo, anche se in cuor vostro ci avete pensato e sperato.
Di
discus vi ho spesso raccontato in queste pagine, vi ho narrato degli
inizi, delle titubanze, degli errori commessi. Sapete quanto fascino
abbiano suscitato in me questi splendidi ciclidi. Sapete dei miei sforzi
per far convivere la “plantacquarioflia” con le particolari esigenze del
Re dell’Amazzonia.
Io non
mi sono mai tirato indietro, ho sempre cercato di acquisire maggiore
dimestichezza, maggiore capacità, maggiore rispetto per questi ciclidi.
Ho
allestito due ampie vasche per il loro allevamento, due piccole comunità
di discus mi tengono compagnia da ormai tre anni e durante questo tempo
ho seguito le evoluzioni del loro comportamento: i primi timidi tentativi
di farsi strada in un universo tutto da scoprire, la crescita, la
gregarietà, le prime scaramucce, la territorialità.
Ho avuto
l’onere di affrontare le tipiche problematiche che si incontrano
nell’allevamento del discus: le piante che soffrivano dell’elevata
temperatura, il carico organico sempre sulla soglia della tollerabilità, i
cambi d’acqua oceanici, i flagellati, i parassiti branchiali… Insomma ho
imparato a conoscere questo difficile ma anche affascinante mondo.
La
coppia si era appena formata presso l’allevamento Panaque e l’occasione
era fin troppo ghiotta perché me la lasciassi sfuggire: Flavio Gagliardi
(biologo Panaque n.d.r.) mi disse: “guarda Dario, sono due splendidi
esemplari sub adulti, si sono isolati dal resto del gruppo, promettono
bene…”. E quei due Red Dragon le loro promesse le hanno davvero mantenute.
Ecco com’è andata…
Non
disponevo di una vasca di quarantena. Perché? Perché chi è malato di
plantacquari difficilmente tollera una vasca spoglia.
Male,
molto male e questo adesso l’ho imparato.
I discus
erano arrivati in perfetto orario ed erano state seguite tutte le
operazioni di routine per il loro ambientamento, ivi compresa una
stabulazione di un paio di settimane in negozio in una vasca priva di
arredi.
Non amo
utilizzare curativi durante la fase di quarantena o stabulazione a meno
che non sia strettamente necessario e così mi limitai a cambi d’acqua
quotidiani tenendo spente le luci della vasca.
La
coppia era splendida, due Red Dragon che sin dai primi momenti mostravano
segni di estrema docilità.
Trascorsi 10 giorni decisi di portarli a casa.
La nuova
vasca era un acquario arredato e piantumato da 200 litri, che ospitava già
una coppia di discus e che, per l’occasione, venne diviso in due da una
rete plastificata.
I nuovi
ospiti mostrarono immediatamente il desiderio di riprodursi. Già dopo
pochi giorni la femmina puliva incessantemente la parete del filtro che in
breve venne ricoperta da piccole uova.
Niente da fare.
Le uova furono mangiate quasi subito ed iniziarono i primi problemi.
La
femmina iniziò a non alimentarsi. Pastone, artemia, chironomus, nulla
sembrava invogliarla.
Era la
prima volta che assistevo ad un comportamento del genere. Mi era capitato,
in passato, di sostenere lunghi periodi di acclimatazione, ma mai avrei
pensato che un discus potesse resistere per oltre due settimane senza
alimentarsi.
I miei
timori andavano via via aumentando, come pure le interminabili richieste
di aiuto all’amico Flavio Glagliardi.
La
coppia rimaneva a stazionare nel luogo della prima deposizione senza
mangiare nulla.
Una
seconda deposizione e poi una terza ed ancora una quarta senza alcun
risultato. Entro le 48 ore successive le uova venivano divorate.
Seguirono giorni di apprensione. Una prima cura con Camacell per
scongiurare ipotetici parassiti branchiali ed una successiva con Flagyl
per eliminare quelli intestinali.
Dopo tre
settimane la situazione mutò radicalmente.
La
coppia iniziò ad alimentarsi, scurendo la livrea.
I
continui cambi d’acqua credo abbiano influito non poco su questo ritrovato
stato di benessere, ma qualcosa ancora non andava.
La
femmina si mostrava irrequieta, scostante, timorosa anche nei confronti
delle attenzioni del maschio.
Decisi:
mi serviva una vasca sterile. Avevo già 8 acquari in casa, avrei trovato
il posto anche per il nono. E così avvenne.
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Un
piccolo cubo 40x40x40, che certamente avrei dovuto utilizzare per le
quarantene ma che in quell’occasione si rivelò determinate anche per
quello a cui avrei assistito successivamente.
In
attesa che la vasca maturasse le deposizioni continuarono ed alla fine le
prime schiuse.
Dapprima
poche uova risultarono fecondate ma il ritmo sostenuto delle deposizioni,
a cui continuo ancora a non trovare spiegazione, diedero sempre maggiori
risultati positivi.
Purtroppo le piccole larve morivano nell’arco delle 48 ore dalla schiusa.
Sarebbe meglio dire che scomparivano perché non ho mai avuto contezza del
loro decesso ma solo della loro sparizione.
Credo
oggi di poter dire che la coppia, e più in particolare la femmina, non
tollerasse la vicinanza degli altri discus. Sono certo che la
irrequietezza e, più in generale, lo stato disagio, dipendesse da una
sorta di stress cui i due ciclidi erano sottoposti a causa dei
coinquilini, nonostante l’acquario fosse diviso.
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Sapevo
che, sovente, i ciclidi eliminano uova e prole se si sentono minacciati ma
non immaginavo che questo fenomeno potesse presentarsi anche in costanza
di un solo stimolo visivo dato dalla presenza dell’altra coppia.
L’elevato carico organico presente in vasca contribuiva non poco
all’ammuffimento delle uova ed era quindi indispensabile trasferire la
coppia nella nuova dimora.
Dopo 4
settimane la nuova vasca era finalmente pronta. Era giunta l’ora di
provare.
Trasferii la coppia una sera, dopo averla tenuta a digiuno e a luci spente
per l’intera giornata.
I valori
dell’acqua erano appena più acidi di quelli presenti nell’acquario di
provenienza ma i discus non mostrarono alcun segno di intolleranza.
50 litri
scarsi, un cono da deposizione, un filtro interno montato con cannolicchi
e ovatta. La mia scommessa era tutta lì.
La
femmina iniziò pian piano a calmarsi, confermando che quell’insofferenza
era certamente causata dalla presenza degli altri due discus.
Iniziò a
mangiare avidamente come pure il suo compagno.
Lasciai
spente le luci dell’acquario, illuminato dalla sola luce presente nella
stanza e da quella prodotta dalle altre due vasche dello studio.
Mi
avvicinavo con cautela, giusto per somministrare il pastone e per
verificare che le condizioni dei due pesci fossero buone. Null’altro.
Dopo 6
giorni le uova. Non le scorsi subito e probabilmente le mie rade visite
furono un bene.
La
coppia rimase tranquilla, a luci spente, senza che venisse sottoposta ad
alcuno stress visivo.
I due
Red Dragon si alternavano nella ventilazione delle piccole perline deposte
sul cono dal quale si allontanavano di rado, in occasione del pasto.
Poi,
finalmente, la schiusa. Mi sentivo parte di quell’evento e non solo mero
spettatore.
Ero
combattuto tra la costante presenza nei pressi della vasca ed una forzata
e probabilmente più cauta assenza per non disturbare la coppia.
Venti,
forse trenta piccole larve iniziarono ben presto a fare capolino dalle
piccole uova.
Ero
elettrizzato. Glia anni di studi, approfondimenti, ricerca… tutto sembrava
trovare una esatta collocazione “da manuale”.
Mi
accorsi però ben presto che la teoria è spesso lontana dalla pratica,
specialmente quando si procede per la prima volta ad una riproduzione di
discus.
Il primo
problema fu il filtro: al primo giorno di nuoto libero, gran parte delle
larve furono aspirate.
Ne persi
oltre la metà ma non mi arresi.
Posizionai immediatamente uno strato di spugna nei pressi delle griglie di
aspirazione riducendo contemporaneamente la portata della pompa al minimo.
Tutto ok.
O quasi.
Il
secondo problema nacque in occasione della pulizia della vasca che
intendevo operare quotidianamente attraverso piccoli cambi parziali.
La
sifonatura degli escrementi e dei residui di pastone non era operazione
agevole. La coppia si mostrava iper protettiva e le piccole dimensioni
della vasca non consentivano la creazione di angoli riparati dove potersi
“ritirare”, senza contare che il piccolo nugolo di larve non intendeva
proprio rimanere calmo durante la sifonatura.
Superai
comunque questa fase anche se dovetti assistere ad un ulteriore
assottigliamento del numero dei sopravvissuti durante i primi tre giorni.
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Flick e Flock. Li avevo ribattezzati così i due audaci che, sfidando
la sorte e l’incompetenza di un acquariofilo ancora in erba, avevano
deciso di sopravvivere.
Si
erano fatti strada, avevano in qualche modo vinto la loro battaglia
ancorandosi saldamente ai corpi dei genitori.
Occhi, branchie e bocca. Dopo dieci giorni la “sagoma” dei piccoli
avannotti si andava delineando ed il mio entusiasmo cresceva sempre
più.
Ogni minuto del mio (poco) tempo libero era per loro. Passavo
parecchio tempo ad osservarli, scrutando i due piccoli corpicini che
continuavano a “brucare” l’epidermide dei genitori, sempre più
infastiditi da quei piccoli morsi. |
Mi
piaceva assistere alle cure parentali operate dai genitori che
continuavano a pulire le piccole sagome prendendole in bocca e
risputandole, consegnandosele a vicenda.
Erano
soltanto due ma per me erano duemila!
Adesso toccava ai naupli. Sale, schiuditoio ed areatore. Erano questi i
nuovi utensili che avrei utilizzato nei giorni a venire.
Si
schiusero in 24 ore, ma il problema maggiore fu somministrarli.
Non so
se avete mai provato ad aspirare, filtrare, sciacquare e riaspirare dei
piccoli naupli grandi mezzo millimetro. No? Bene, allora provateci perché
altrimenti non potrete capire cosa significa.
Dove
sbagliavo… dove sbagliavo…
Continuavo a chiedermelo dopo la perdita dell’ennesima covata.
Flick e
Flock erano spariti, caduti probabilmente sotto l’istinto riproduttivo
della madre.
Dieci
giorni. Era durato soltanto 10 giorni il mio entusiasmo, la mia
soddisfazione si era presto infranta e svanita.
La
femmina aveva deposto ancora facendo fuori i due piccoli che la mia
incompetenza non era riuscita a salvare.
Ancora
un’altra covata, ancora un atro fallimento. Dove
sbagliavo? Forse la
vasca troppo piccola, forse i nitrati troppo alti, forse… Quanti forse.
Quanta amarezza.
Nel
frattempo un altro nugolo di larve si apprestava a fare capolino dalle
uova.
La
femmina ne aveva divorati parecchi, al primo giorno di nuoto libero e così
decisi di allontanarla, separandola dal compagno e dalla prole. Il
maschio avrebbe sostenuto l’onere di padre provvedendo da solo alla cura
dei sopravvissuti?
Che
meravigliosa esperienza quella di diventare padre.
Sopporti
i più inauditi dispetti dai tuoi pargoli, ti doni totalmente senza
null’altro chiedere, la vita per la vita. Madre natura continuava a
svelarmi i suoi misteri.
Il
grosso Red Dragon seguiva i 4 avannotti, a 12 giorni dalla schiusa, con
ritmo febbrile. Niente e nessuno poteva distoglierlo da quel suo gravoso
compito. I morsi dei piccini sul suo corpo, gonfio di nutriente muco, si
facevano sempre più consistenti ed era evidente il “dolore” che provava ad
ogni pizzicotto provocato da quelle piccolissime ma voraci bocche, ma
imperterrito non si sottraeva alle sue amorevoli cure.
Riuscivo
adesso a seguire con più facilità la manutenzione della piccola nursery.
Due
cambi
d’acqua quotidiani, piccola luce notturna, divieto assoluto per chiunque
di entrare nello studio. Ormai ero in pieno delirio.
Dal 10°
giorno avevo iniziato la somministrazione di naupli. Non ho idea se li
mangiassero, ma almeno non dovevo preoccuparmi…
E invece
li mangiavano. I piccolini crescevano a vista d’occhio assumendo sempre
più la “fisionomia” del ciclide più amato.
A questo
punto del racconto dovrei aprire nuovi capitoli: la separazione dei
piccoli dal genitore, la loro crescita, l’alimentazione… ma credo che
questa favola abbia già avuto i suoi eroi ed il suo lieto fine e mi piace
pensare che i miei piccoli gianburrasca avranno un luminoso futuro
davanti.
Mi piace
ritrovarmi in queste poche righe, catturato dal fascino della vita che
dona la vita, sublime atto d’amore che unisce l’intero creato.
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